Esistono risate che nascono dalle lacrime asciugate. Al MAXXI di Roma, la mostra Tragicomic svela quell’alchimia particolare che l’Italia del dopoguerra ha saputo padroneggiare meglio di nessun altro: trasformare il dolore collettivo in forza creatrice, la tragedia nazionale in commedia universale. Centoquaranta artisti testimoniano questa straordinaria metamorfosi. Più che una mostra, è una lezione magistrale sulla capacità dell’arte di sublimare la Storia.

L’invenzione di un linguaggio

Le rovine fumavano ancora quando Alberto Burri si mise a bruciare le proprie tele. 1948, 1950, le date schioccano come detonazioni sorde. L’ex medico militare, prigioniero di guerra in Texas, ritorna in un’Italia sfigurata e inventa un vocabolario plastico di una radicalità inaudita. I suoi Sacchi, quei sacchi di iuta rappezzati, cuciti, talvolta bruciati, non raccontano la guerra: la digeriscono, la trasformano in bellezza grezza.

A qualche parete di distanza, Piero Manzoni risponde con l’ironia più feroce. La sua Merda d’artista, scatole di conserva marcate al timbro ufficiale, datano del 1961. Quindici anni dopo Burri, il dolore si è mutato in derisione. Manzoni non guarisce più le piaghe: sghignazza dell’arte stessa, delle sue pretese, del suo mercato nascente. Il trauma si è fatto spirito critico.

È questa traiettoria che Tragicomic ripercorre con un’intelligenza notevole. Non una successione di opere, ma l’evoluzione di una coscienza collettiva che rifiuta di compatirsi e sceglie l’arte come sfogo.

La commedia come resistenza

Maurizio Cattelan appare in questa genealogia come l’erede naturale di questa tradizione. I suoi Hitler in ginocchio, il suo Papa schiacciato da una meteorite, i suoi cavalli sospesi al soffitto: altrettante provocazioni che attingono allo stesso serbatoio italiano, quella capacità di ridere di ciò che fa male. La commedia diventa resistenza, l’umorismo nero si fa catarsi.

La mostra rivela le ramificazioni di questo approccio. Mario Schifano dipinge le sue Coca-Cola e le sue insegne pubblicitarie con la stessa distanza ironica che i suoi predecessori maneggiavano nei confronti della tragedia. Alighiero Boetti ricama le sue mappe del mondo mentre le frontiere si ridisegnano nel sangue. Ciascuno inventa il proprio metodo per digerire l’indigeribile.

Questa stirpe attraversa i decenni senza perdere la propria pertinenza. Di fronte alle nuove tragedie - terrorismo, crisi migratoria, pandemia - gli artisti italiani attingono sempre allo stesso fondo culturale: la capacità di trasformare la prova in opera, il dramma in commedia stridente.

L’irreversibilità del gesto

In questa capacità italiana di trascendere il dolore attraverso l’arte, c’è qualcosa che risuona stranamente con il gesto irreversibile dell’inchiostro sulla carta. Burri che brucia le sue tele, Manzoni che firma le sue scatole di conserva, Cattelan che crocifigge le sue marionette: tutti assumono l’irreversibilità del proprio atto creatore. Nessun pentimento possibile, nessun ritorno indietro.

Questa radicalità del gesto trova la propria controparte nella scelta del bianco e nero assoluto. Come se il colore fosse ancora troppo vicino alla vita, troppo consolatorio. Il dramma esige il contrasto puro, la tensione massima tra luce e tenebra. I Cretti di Burri, quelle fessure bianche su fondo nero, dicono di più sulla ricostruzione dell’Italia di tutti i discorsi politici dell’epoca.

La mostra del MAXXI mostra che questa estetica dell’irreversibile attraversa tutta la creazione italiana contemporanea. Da Jannis Kounellis e i suoi cavalli viventi in una galleria romana nel 1969 a Michelangelo Pistoletto e i suoi specchi spezzati, la stessa urgenza attraversa le generazioni: quella dell’atto definitivo, del gesto che impegna.

La persistenza del trauma creatore

Settant’anni dopo la fine della guerra, l’arte italiana continua ad attingere a questa fonte paradossale: il trauma come motore creativo. I giovani artisti presentati in Tragicomic - Alice Ronchi, Diego Marcon, Margherita Morgantin - ereditano questa tradizione senza copiarla. Inventano le proprie modalità di trasformazione del dolore contemporaneo.

La forza di questa mostra risiede nella sua capacità di mostrare non una scuola artistica ma un temperamento nazionale. Un modo italiano di affrontare l’arte come terapia collettiva, come digestione pubblica del privato. Questo approccio supera largamente le frontiere nazionali: interroga il nostro rapporto universale con la sofferenza e con la sua sublimazione.

Il percorso del MAXXI rivela così come l’Italia abbia inventato, senza saperlo, una delle risposte più efficaci al XX secolo traumatico: né negazione, né compiacimento, ma trasformazione. L’arte come alchimia, la creazione come metabolismo della Storia.

L’eco contemporanea

Oggi, mentre le crisi si accumulano e i traumi collettivi si moltiplicano, questa lezione italiana risuona con un’acutezza particolare. Tragicomic non propone nostalgia ma un modo d’uso. Come trasformare lo stordimento in creazione, l’impotenza in opera.

Questa mostra rivela anche la specificità del rapporto italiano con l’arte: meno contemplativo che attivo, meno esteticizzante che terapeutico. L’arte vi diventa uno strumento di sopravvivenza collettiva, un metodo di digestione dell’indigeribile. Una lezione che le nostre società contemporanee, confrontate ai loro stessi traumi, farebbero bene a meditare.

Il genio di questi artisti italiani risiede nel loro rifiuto di scegliere tra ridere e piangere. Hanno compreso, prima della psicanalisi e delle neuroscienze, che i due erano indissociabili. Che la commedia nasce spesso dalla tragedia, e che questa nascita costituisce forse l’atto più creatore che ci sia. Tragicomic lo dimostra magistralmente: l’arte italiana del dopoguerra non è solo sopravvissuta al trauma. Ne ha fatto il proprio carburante.


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