Ci sono rivoluzioni che si fanno nel silenzio degli atelier romani. Mentre Andy Warhol serigrafava le sue Campbell’s Soup nella Factory newyorkese, Mario Schifano dipingeva le sue Coca-Cola a mano nel suo studio vicino a Via del Babuino. Stessa iconografia, gesto radicalmente differente. La mostra gratuita che gli dedica il Palazzo delle Esposizioni rivela quest’altra via della pop art, quella che rifiuta la riproduzione meccanica a vantaggio di una gestualità assunta.

La differenza sta nella mano che trema. Dove Warhol leviga, Schifano graffia. Dove l’americano ripete, l’italiano varia.

Lo schermo come nuovo cavalletto

Mario Schifano comprende prima di tutti che la televisione cambierà il nostro sguardo. I suoi Paesaggi TV degli anni ‘60 non rappresentano paesaggi televisivi: dipingono direttamente sullo schermo. La tela diventa letteralmente supporto catodico, superficie su cui scintillano i fosfori della nostra modernità nascente.

Queste opere turbano per la loro preveggenza. Cinquant’anni prima dei nostri smartphone, Schifano dipinge i nostri futuri schermi tattili. Comprende che l’arte non può più ignorare la mediazione elettronica, ma rifiuta la sottomissione pura. Il suo pennello dialoga con la tecnica, non vi si sottomette. È esattamente questa tensione che si ritrova nell’arte contemporanea di fronte al digitale: resistere senza negare, comporre senza capitolare.

La mostra del Palazzo delle Esposizioni presenta queste opere in una scenografia intelligente. I Paesaggi TV dialogano con veri televisori d’epoca, creando un’eco temporale impressionante. Si misura allora quanto Schifano avesse ragione: i nostri schermi sono diventati i nostri nuovi paesaggi.

Il gesto italiano contro la macchina americana

Di fronte alle serigrafie warholiane, Schifano oppone una pop art gestuale. Le sue Coca-Cola conservano la traccia del pennello, i suoi Compagni serbano l’impronta della mano. Questa differenza non è aneddotica: rivela due concezioni opposte dell’arte nell’era industriale.

L’America sceglie la riproducibilità tecnica, l’efficienza Ford applicata all’arte. L’Italia preferisce la resistenza artigianale, l’irriducibile singolarità del gesto. Anche dipingendo l’iconografia di massa, Schifano mantiene l’unicità dell’opera. Ogni Coca-Cola differisce, ogni logo varia, ogni ripetizione è in realtà una variazione.

Questo approccio risuona profondamente con una certa concezione della pittura in cui il gesto irreversibile prima sulla premeditazione. Schifano dipinge come si improvvisa: con la certezza che ogni tratto conta, che ogni errore può diventare rivelazione. I suoi impasti, le sue colature, i suoi pentimenti visibili costituiscono altrettanti segni di umanità in un mondo che si automatizza.

La mostra rivela questa dimensione tattile del suo lavoro. Le opere della fine degli anni ‘60 mostrano superfici tormentate, in cui la pasta pittorica lotta contro la liscezza pubblicitaria. Schifano dipinge la società dei consumi con gli strumenti della pittura di storia, creando un paradosso fecondo.

Cinema dipinto, pittura filmata

La specificità di Schifano risiede anche nel suo rapporto con il cinema. Contrariamente ai pop artists americani che si ispirano all’immaginario mediatico, lui filma le proprie pitture. I suoi Film-pitture degli anni ‘70 mostrano la tela in fase di farsi, rivelano il processo creativo abitualmente nascosto.

Questo procedimento anticipa i nostri interrogativi contemporanei sulla mostra dell’arte. Schifano filma non per documentare, ma per creare una nuova forma di opera. Le sue cineprese 16mm captano i gesti, le esitazioni, gli incidenti. Il cinema diventa così un’estensione della pittura, non una semplice riproduzione.

L’installazione multimediale del Palazzo delle Esposizioni presenta questi film in condizioni ottimali. Si vede Schifano dipingere i suoi Compagni, si assiste alla genesi dei suoi Paesaggi anemici. Questa messa in abisso affascina: il pittore si filma dipingendo immagini che provengono esse stesse da altre immagini. Tre livelli di mediazione che, paradossalmente, rivelano l’immediatezza del gesto.

L’incidente come metodo

Le ultime sale della mostra rivelano uno Schifano più cupo, quello degli anni ‘80. I suoi Paesaggi anemici mostrano un’Italia malata, inquinata, disincantata. L’ottimismo pop degli inizi cede il passo a una malinconia molto italiana, quella che si ritrova nell’arte tragicomica italiana contemporanea.

Ma è anche lì che la sua tecnica raggiunge la sua massima sofisticatezza. Schifano sviluppa un metodo dell’incidente controllato. Lascia colare le pitture, guida le colature, orchestra i casi. Queste opere testimoniano di una padronanza paradossale: quella che consiste nel programmare l’imprevedibile.

Questo approccio evoca certe ricerche contemporanee sull’incidente fertile in pittura. Schifano prova che si può costruire un’estetica dell’aleatorio, fare sistema dell’imprevisto. Le sue ultime tele vibrano di questa tensione tra controllo e lasciar andare.

L’eredità mediterranea di una modernità alternativa

La mostra del Palazzo delle Esposizioni vince la propria sfida: mostrare che la pop art non era un monopolio americano. Mario Schifano inventa una modernità specificamente mediterranea, che assume l’iconografia contemporanea senza rinunciare alla sensualità del gesto.

Questa lezione risuona oltre la storia dell’arte. Nell’ora in cui l’uniformazione digitale minaccia le specificità culturali, Schifano ricorda che si può parlare il linguaggio della propria epoca conservando il proprio accento. Le sue Coca-Cola romane non somigliano a nessun’altra, le sue televisioni dipinte conservano il calore dell’atelier.

La mostra si conclude sulle sue ultime opere, quelle in cui Schifano ritorna ai grandi formati astratti. Come se avesse fatto il giro dell’iconografia contemporanea per ritrovare l’essenziale: la pittura di fronte a sé stessa. Queste tele finali, di una libertà sovrana, provano che l’esperienza pop non era per lui che una tappa verso un’espressione più personale.

Mario Schifano l’avrebbe senza dubbio approvato: ha sempre pensato che l’arte si giocasse tanto nella resistenza del pennello quanto nella fascinazione dello schermo.


Da leggere anche