Ci sono artisti che ci obbligano a ripensare le frontiere. Franco Battiato era uno di loro, navigando tra i mondi con quella disinvoltura sovrana che caratterizza i grandi creatori. Il MAXXI di Roma gli dedica oggi una mostra che rivela ciò che molti ignoravano: dietro il musicista visionario si nascondeva un pittore altrettanto radicale.
La mostra Franco Battiato. Through the Eternal Light dispiega su tre piani un percorso immersivo in cui le tele dialogano con le composizioni. Una rivelazione per chi pensava di conoscere l’autore di La voce del padrone. Perché Battiato dipingeva. Non da dilettante, ma con la stessa esigenza mistica che attraversava i suoi album.
L’occhio che ascolta, la mano che compone
Fin dall’ingresso, un’evidenza si impone. Le tele di Battiato portano la traccia del suo orecchio musicale. Le sue composizioni pittoriche obbediscono a ritmi, contrappunti, armonie cromatiche che ricordano le sue ricerche sonore. Qui, un rosso vermiglio pulsa come un basso continuo. Là, ocra e terre d’ombra si sovrappongono in controtempi visivi.
Questa sinestesia non ha nulla di accidentale. L’artista siciliano aveva studiato la filosofia prima di volgersi alla musica, poi alla pittura. Per lui, queste discipline ne formavano una sola: quella dell’espressione dell’ineffabile. Le sue tele degli anni ‘80, esposte nella prima sala, testimoniano di questa ricerca. Astrazioni geometriche in cui il colore puro dialoga con il silenzio, evocano tanto Rothko quanto le sperimentazioni elettroniche di Pollution.
L’allestimento del MAXXI mette in luce questa corrispondenza inquietante tra gesto pittorico e gesto musicale. Ogni tela sembra risuonare di una melodia interiore, ogni accordo cromatico chiama una progressione armonica. Il dialogo tra le materie trova qui una dimensione nuova: quella dell’intermedialità.
L’atelier come laboratorio sonoro
La ricostituzione dell’atelier di Battiato, al secondo piano, rivela l’ampiezza di questa pratica trasversale. Cavalletto e sintetizzatori coabitano in un disordine sapiente. Partiture scarabocchiate e schizzi a carboncino si mescolano sui tavoli di lavoro. Lo spazio testimonia di una creazione nomade, che passa da un mezzo all’altro secondo l’ispirazione del momento.
Questa ibridazione affascinante interroga il nostro rapporto con le discipline artistiche. Quando la mano che tiene il pennello ha imparato a suonare il pianoforte, conserva la memoria delle scale. I gesti che sfuggono al controllo conscio portano in sé questa doppia formazione, questa doppia sensibilità.
I taccuini dell’artista, presentati in vetrina, rivelano notazioni musicali mescolate a schizzi, riflessioni filosofiche accanto a note di colore. Questa indistinzione delle pratiche ricorda che l’arte, in fondo, conosce un solo territorio: quello della necessità espressiva.
Il colore come melodia
Le opere degli anni ‘90 segnano una svolta. Battiato abbandona progressivamente l’astrazione geometrica per esplorare una figurazione libera, quasi ingenua. I suoi ritratti, i suoi paesaggi siciliani, le sue nature morte portano tutti questa firma cromatica così particolare: accordi di colori che sembrano direttamente trasposti dalle sue composizioni musicali.
Un autoritratto del 1995 colpisce per la sua intensità. Il viso emerge da un fondo ocra rosso, gli occhi cerchiati di blu cobalto. Questa tavolozza ristretta, questi contrasti netti evocano immediatamente l’estetica dell’inchiostro di china: stessa ricerca della spogliazione, stesso rifiuto del dettaglio aneddotico. Il gesto irreversibile trova qui la propria giustificazione nell’urgenza dell’espressione.
Perché di questo si tratta: esprimere l’inesprimibile con i mezzi più diretti. Battiato dipingeva come componeva, per necessità interiore. Le sue tele non cercano di sedurre ma di testimoniare una visione del mondo, una spiritualità in movimento perpetuo.
L’eterna ricerca
L’ultima sala della mostra riunisce le opere degli anni 2000-2010, periodo in cui Battiato approfondisce la propria ricerca spirituale. Le sue tele si popolano di simboli esoterici, di riferimenti a Gurdjieff, alle tradizioni sufi. La pittura diventa supporto di meditazione, tentativo di fissare l’invisibile sulla tela.
Queste opere tardive rivelano un artista pervenuto a una sintesi personale tra Oriente e Occidente, tra tradizione e modernità. La loro fattura volontariamente semplice, quasi primitiva, maschera una sofisticatezza concettuale che ricorda i suoi album più compiuti. Stessa economia di mezzi, stessa efficacia espressiva.
La mostra si chiude su un’installazione sonora in cui le voci di Battiato risuonano nello spazio espositivo. Questo dispositivo finale sottolinea l’evidenza: musica e pittura non hanno mai cessato di dialogare nell’opera dell’artista siciliano. Formavano i due versanti di una stessa montagna, due linguaggi per dire l’indicibile.
L’arte come territorio unificato
Uscendo dal MAXXI, una certezza permane. Franco Battiato non era né musicista né pittore: era artista, nell’accezione più pura del termine. La sua pratica pittorica non costituisce un accessorio della sua opera musicale, ma il suo complemento necessario. Rivela la coerenza profonda di un percorso creativo che rifiutava i compartimenti.
Questa lezione risuona particolarmente oggi, nell’ora in cui le frontiere tra le arti si attenuano. Battiato lo aveva compreso intuitivamente: l’arte autentica non si limita mai a un solo mezzo. Prende tutti i cammini necessari alla propria espressione, tutti i linguaggi capaci di tradurre la propria visione del mondo.
La mostra del MAXXI ci ricorda questa verità essenziale: dietro ogni grande opera musicale può nascondersi un pittore, dietro ogni tela può risuonare una melodia. L’arte vera conosce una sola frontiera: quella che separa l’autentico dall’artificiale. Franco Battiato aveva scelto il proprio campo da tempo.