Ci sono titoli che dicono tutto prima ancora di aver varcato la soglia. In Minor Keys. Quando Koyo Kouoh ha scelto queste tre parole per nominare la 61ª Biennale di Venezia, sapeva esattamente quello che stava facendo. Non stava proponendo un tema. Stava proponendo un modo di ascoltare. Una maniera di inclinarsi verso ciò che il fragore del mondo dell’arte di solito soffoca: le voci basse, i sussurri, le frequenze che nessuno amplifica perché non riempiono le sale d’asta.

Koyo Kouoh non vedrà la sua mostra. È morta il 30 ottobre 2024, portata via dal cancro a 57 anni, pochi mesi dopo essere stata nominata direttrice della Biennale. La prima donna africana a dirigere la Biennale di Venezia in centotrenta anni di esistenza. Che sia dovuto attendere il 2026 perché questo accadesse ci dice tutto sulla lentezza delle istituzioni. Che fosse lei, camerunese, fondatrice di RAW Material Company a Dakar, direttrice dello Zeitz MOCAA a Città del Capo, ci dice tutto su quello che ha dovuto affrontare per arrivarci.

La curatela continua

Il team che aveva riunito ha raccolta la torcia. Il progetto è rimasto intatto, fedele alla sua visione. Centoundici artisti, la maggioranza dal Global South, Africa, Sud-est asiatico, Caraibi, America Latina. Nomi che i collezionisti parigini non hanno ancora sentito, e questo è precisamente il punto. In Minor Keys non è una Biennale di conferma. È una Biennale di rivelazione, nel senso fotografico, quel momento quando l’immagine appare lentamente nel bagno d’argento, e si scopre quello che era stato lì tutto il tempo senza che nessuno lo vedesse.

Il titolo è preso in prestito dalla musicologia. In musica, una tonalità minore non è triste, contrariamente a quello che l’orecchio occidentale vorrebbe farci credere. È semplicemente diversa. Dice le cose in modo differente. Introduce una tensione, un’ambiguità, un tremore dentro la certezza. Un La minore non manca di nulla rispetto a un La maggiore. Offre un’altra lettura dello stesso materiale sonico. Kouoh ha applicato questa logica all’arte contemporanea: non esistono voci minori, solo voci che abbiamo scelto di non ascoltare.

I padiglioni nazionali

La Francia invia Yto Barrada. È una scelta che ha senso, Barrada, nata a Parigi, cresciuta a Tangeri, ha lavorato per vent’anni al confine tra documento e finzione, tra archivi coloniali e gesto poetico. I suoi fossili contraffatti, i suoi erbari improbabili, i suoi film granulosi parlano di un Mediterraneo che rifiuta di essere ridotto a una sola narrativa. La Germania affida il suo padiglione a Bruce Naumann e Sung Tieu, un accoppiamento improbabile che fonde l’arte sonora concettuale americana con le installazioni post-migratorie di un’artista nata in Vietnam e formata a Francoforte. L’Australia presenta Khaled Sabsabi, un artista libanese-australiano il cui lavoro video e immersivo interroga spiritualità che si intersecano.

Ma il vero segnale di questa edizione risiede nelle prime partecipazioni. El Salvador, Ecuador e Marocco avranno ciascuno il proprio padiglione nazionale per la prima volta. Il Marocco a Venezia. Bisogna comprendere cosa questo significhi: un paese del Maghreb, con la sua scena artistica in piena effervescenza, da Casablanca a Marrakech, dalla Biennale di Rabat alle residenze del Jardin Majorelle, finalmente accede al palcoscenico veneziano. Questa non è diplomazia culturale. Questa è tettonica.

Dipingere in tonalità minore

C’era una parola che Koyo Kouoh usava spesso nei suoi testi curatoriali: between (tra). Tra categorie, tra discipline, tra narrazioni dominanti e storie sotterranee. È in questo in-between che la Biennale 2026 si svolge. Non nell’affermazione fragorosa di un manifesto, ma nella zona grigia, o meglio nella zona bianca e nera, dove le certezze si disfano.

Dipingere in tonalità minore è accettare che non tutto ha bisogno di essere detto in brillantezza. Che il gesto più vero non è sempre il più ampio. Che un singolo tratto di inchiostro di China su un foglio bianco contiene tanta tensione quanto un pannello di tre metri saturo di colore. Una tonalità minore nella pittura è la scelta della moderazione, non per timidità, ma per precisione. Significa dipingere quello che accade tra le pennellate, nello spazio che il gesto permette di respirare. Il silenzio tra due note.

Il bianco e nero sono, per natura, tonalità minori. Non gridano. Non seducono attraverso la cromatica. Richiedono un lavoro diverso all’occhio: vedere i valori, i contrasti, le pause per respirare. Quando si dipinge in nero su bianco o in bianco su nero, non si rappresenta il mondo, lo si filtra, lo si condensa, lo si riduce al suo scheletro. È un gesto di quieta radicalità. Minore. E forse è per questo che tocca così profondamente.

Venezia come specchio

La Biennale di Venezia è sempre stata uno specchio distorcente del suo tempo. Nel 1993, l’edizione di Achille Bonito Oliva ha consacrato il ritorno della pittura dopo un decennio di concettualismo. Nel 2015, quella di Okwui Enwezor, un altro curatore africano scomparso troppo presto, ha aperto le porte ad artisti dal continente con All the World’s Futures. Nel 2026, Koyo Kouoh completa un movimento che Enwezor aveva messo in moto. Non chiede più agli artisti del Global South di “partecipare” a una conversazione occidentale. Cambia il registro della conversazione stessa.

Centoundici artisti. Dal 9 maggio al 22 novembre 2026. Sette mesi per ascoltare quello che viene detto in tonalità minore, nelle basse frequenze dell’arte contemporanea. Sette mesi per scoprire se il mondo dell’arte è capace di ascoltare in qualsiasi altro modo se non attraverso il fragore delle aste e delle inaugurazioni mondane.

Koyo Kouoh non sarà lì. Ma il suo titolo già risuona come una partitura che non può più essere ignorata. In Minor Keys. Non hai bisogno di essere in tonalità maggiore per essere essenziale. Hai solo bisogno di essere vero.