Ci sono artisti che conservano i propri segreti. E poi c’è Tracey Emin. Da quarant’anni, espone le proprie ferite alla luce del giorno, trasforma le proprie notti bianche in manifesti, fa delle proprie lenzuola sgualcite degli stendardi. La retrospettiva che le dedica la Tate Modern fino a settembre somiglia a uno spogliamento integrale, cento opere che raccontano senza maschera una vita di donna in tutta la sua complessità brutale.

Non è esibizionismo. È altra cosa.

La confessione come territorio artistico

La mostra si apre sulle prime tele degli anni ‘80, quando Emin studiava ancora al Royal College of Art. Già, quell’urgenza di dire l’intimo, quell’incapacità di separare l’arte dall’esistenza. I titoli schioccano come schiaffi: Why I Never Became a Dancer (1995), Everyone I Have Ever Slept With 1963-1995 (1995). La confessione diventa territorio artistico, là dove altri cercano l’astrazione o la concettualizzazione.

Bisogna vedere queste prime pitture all’acrilico, maldestre talvolta, in cui le parole si mescolano alle colature. Emin dipinge come scrive, nell’urgenza, senza pentimento. Questa dimensione dell’irreversibile del gesto trova un’eco particolare quando si pensa alle pratiche contemporanee dell’inchiostro di china, in cui ogni tratto impegna definitivamente l’opera.

My Bed o l’arte della confessione radicale

Al centro della mostra troneggia My Bed (1998), questa installazione che fece scandalo al Turner Prize del 1999. Un letto disfatto, lenzuola macchiate, preservativi usati, bottiglie vuote. Quattro giorni di depressione amorosa trasformati in opera d’arte maggiore. I visitatori girano attorno come attorno a un incidente, affascinati e imbarazzati.

È forse lì che risiede la forza di Tracey Emin: in quella capacità di trasformare l’intimo in universale senza cadere mai nel voyeurismo. Il letto diventa metafora di tutti i letti, il dolore particolare rivela il dolore comune. L’arte come esorcismo, come terapia collettiva.

L’installazione dialoga stranamente con quei momenti in cui l’incidente diventa fecondo in creazione. In Emin, nulla è calcolato, tutto procede da una necessità vitale di dire, di mostrare, di condividere il peso dell’esistenza.

L’evoluzione verso la padronanza tecnica

Le sale seguenti rivelano una trasformazione sorprendente. I bronzi recenti, i disegni all’inchiostro degli anni 2010, testimoniano di una padronanza tecnica crescente. Emin ha imparato a scolpire, a incidere, a maneggiare il pennello con precisione. Ma mai questa virtuosità nuova tradisce l’urgenza prima.

I suoi monocromi all’inchiostro nero su carta, presentati in una delle ultime sale, rivelano un’artista che ha trovato nello spogliamento cromatico un nuovo linguaggio dell’emozione. Il bianco e nero radicale, quell’assenza di colore che dice tutto, ricorda quelle pratiche contemporanee in cui la restrizione diventa libertà creatrice.

La vulnerabilità come forza politica

Ciò che colpisce in questa retrospettiva è la dimensione politica di questa vulnerabilità assunta. In un’epoca in cui l’immagine di sé si costruisce nella performance permanente, in cui i social network trasformano ogni esistenza in spettacolo edulcorato, Tracey Emin persiste nel mostrare il retro della scenografia. I suoi Everyone I Have Ever Slept With o i suoi Why I Never Became a Dancer sono atti di resistenza alla normalizzazione degli affetti.

L’artista britannica, membro degli Young British Artists degli anni ‘90, ha aperto una via che molti hanno imboccato da allora, spesso degradandola. Ma in lei, mai compiacimento. La ferita si mostra per guarire, non per sedurre.

L’eredità di un’autenticità radicale

Quarant’anni dopo i suoi inizi, Tracey Emin ha imposto un linguaggio artistico in cui l’autobiografia diventa forma d’arte universale. Questa retrospettiva della Tate Modern lo dimostra con un’evidenza inquietante: può esistere una bellezza della vulnerabilità, un’estetica della confessione, una poetica della fragilità assunta.

Le sue ultime opere, quei bronzi in cui cola le proprie parole nel metallo, trasformano l’effimero dell’emozione in permanenza scultorea. “I loved you more than I loved myself”, si legge su una di esse. La confessione diventa monumento, l’intimo raggiunge l’eterno.

Uscendo da questa mostra densa e sconvolgente, si comprende che Tracey Emin non ha mai cercato di fare bello. Ha cercato di fare vero. In un mondo di artifici, è forse il più rivoluzionario dei gesti artistici.


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