Ci sono pittori che trasformano l’indecisione in forza creatrice. Cecily Brown appartiene a questa razza rara di artisti che rifiutano di scegliere tra astrazione e figurazione, preferendo collocare la propria arte in quella zona torbida in cui le forme nascono e muoiono nello stesso gesto. Alla Serpentine Gallery, la mostra rivela quarant’anni di un’opera che non ha mai cessato di interrogare ciò che può ancora la pittura davanti alle nostre certezze estetiche.
L’artista anglo-americana dipinge come ci si batte contro fantasmi. Sulle sue tele di grande formato, i corpi appaiono e si dissolvono in un balletto permanente di carne e colore. Nessuna violenza gratuita in questo processo, piuttosto una necessità organica che ricorda le grandi mute dell’arte occidentale.
L’eredità assunta dei maestri
Brown non nasconde le sue filiazioni. Francis Bacon e Willem de Kooning infestano le sue composizioni con un’evidenza inquietante. Ma là dove l’imitazione avrebbe potuto essere trappola, trova la sua libertà. La mostra della Serpentine mostra come digerisca queste influenze per inventare un linguaggio proprio, più sensuale che tragico, più giocoso che disperato.
In “Figures in a Landscape” (2023), i corpi si mescolano al paesaggio in una fusione che evoca tanto le “Women” di de Kooning quanto i giardini di Bonnard. Ma Brown vi aggiunge qualcosa di inedito: una forma di giubilo carnale che trasforma l’angoscia esistenziale in celebrazione della materia pittorica. La carne diventa colore, il colore ridiventa carne, in un ciclo che non ammette né inizio né fine.
Questo approccio risuona stranamente con l’arte dell’incidente fertile, in cui l’errore diventa rivelazione. In Brown, è l’indecisione a generare la forma, l’esitazione a produrre il movimento.
Il territorio dell’in-between
Ciò che affascina in questa retrospettiva è la capacità dell’artista di mantenere le proprie opere in uno stato di metamorfosi perpetua. Le sue pitture non si fissano mai in una lettura unica. Oscillano tra astrazione lirica e figurazione erotica, tra violenza e tenerezza, tra costruzione e deliquescenza.
La serie dei “Black Paintings” (2019-2021) illustra perfettamente questa ambivalenza assunta. Su fondo nero, forme bianche e colorate emergono come corpi nella notte. Ma questi corpi sono davvero corpi? O si tratta di puri giochi formali? Brown rifiuta di decidere, preferendo mantenere lo spettatore in quell’incertezza feconda che fa la ricchezza dell’esperienza estetica.
Questa indeterminazione non è debolezza ma strategia. Permette alla pittura di ritrovare la sua dimensione di mistero, la sua capacità di dire l’indicibile. In un mondo in cui l’immagine digitale impone la propria logica binaria, Brown rivendica lo sfocato, l’approssimativo, l’incompiuto come spazi di libertà.
L’erotismo come linguaggio plastico
L’erotismo in Cecily Brown non è mai aneddotico. Struttura la sua visione della pittura come territorio di tutti i possibili. I corpi che si intrecciano sulle sue tele non raccontano storie, incarnano la pittura stessa nella sua dimensione più fisica, più tattile.
“The Triumph of Death” (2022), una delle opere maggiori della mostra, mostra come l’artista riesca a far dialogare Bruegel e l’espressionismo astratto americano. La morte e l’amore vi si mescolano in un turbinio di colori in cui ogni forma può essere letta come corpo o come pura astrazione. Questa ambivalenza mantiene la tela in uno stato di tensione permanente che è forse l’essenza stessa della pittura contemporanea.
L’erotismo diventa qui metafora del processo creativo stesso: fusione, penetrazione, dissoluzione, rinascita. Brown dipinge l’amore come dipinge la pittura, in quella zona di incertezza in cui tutto resta possibile.
La materialità come verità
Ciò che distingue Brown dai suoi contemporanei è la sua fedeltà assoluta alla materialità della pittura. Nessun effetto digitale, nessun distogliemento concettuale, solo la verità grezza dell’olio su tela. I suoi impasti, le sue velature, i suoi pentimenti assumono pienamente la loro dimensione fisica.
Questa materialità risuona con quel dialogo permanente tra l’artista e la sua tela in cui ogni gesto chiama la sua risposta. In Brown, la pittura non illustra, diventa. Non rappresenta la sensualità, la incarna nella propria carne colorata.
La mostra rivela anche l’evoluzione della sua tavolozza nel corso degli anni. Dal rosso sanguigno delle prime opere ai rosa madreperlati delle tele recenti, Brown esplora tutta la gamma dei colori carne. Ma questa evoluzione non è mai decorativa: traduce una maturazione della visione, un approfondimento del dialogo tra forma e contenuto.
L’incompiuto come territorio
Paradossalmente, è forse nelle sue opere apparentemente meno finite che Brown rivela la sua più grande padronanza. Alcune tele della mostra sembrano sospese tra abbozzo e compimento, mantenendo lo spettatore in quell’attesa feconda che caratterizza i grandi momenti dell’arte.
Questa estetica dell’incompiuto non è negligenza ma scelta deliberata. Permette all’opera di conservare la sua dimensione di mistero, la sua capacità di sorprendere. Davanti a queste tele che sembrano ancora in divenire, si comprende che Brown ha colto qualcosa di essenziale: la pittura non ha vocazione a fissare il mondo ma a mantenerlo in movimento.
La Serpentine Gallery offre così il ritratto di un’artista che ha saputo trasformare le proprie esitazioni in certezze estetiche. In un’arte contemporanea spesso tentata dagli effetti spettacolari, Cecily Brown ricorda che la pittura trova la propria forza nella sua capacità di dubitare, di esitare, di restare aperta a tutti i possibili. Le sue tele non concludono mai: mantengono aperte tutte le domande che l’arte può porre al mondo.