C’è un’ora del giorno che non appartiene a nessuno. Le sei del mattino, forse un poco prima. Le strade sono vuote, il cielo non ha ancora scelto il suo colore, e l’aria ha quella densità peculiare delle cose che non hanno ancora cominciato. È l’ora in cui spingo aperta la porta dello studio.

La chiave gira sempre un poco rigidamente nella serratura. Non la faccio mai riparare. Quel piccolo momento di resistenza, quel secondo in cui il metallo esita, è già una sorta di soglia. Si entra in un tempo diverso. Il mondo esterno con le sue urgenze, le sue notifiche, i suoi obblighi, tutto questo resta lì fuori, dall’altro lato di quella porta che cigola.

L’odore mi saluta prima della luce. La trementina prima di tutto, quella presenza vegetale acuta che permea ogni cosa, le pareti, i tessuti, i miei vestiti. Poi l’acrilico, più sordo, più chimico, mescolato con la polvere di pigmento e il legno dei nuovi telai, come esplorato in il gesto irreversibile.. L’inchiostro di china è più discreto, quasi dolce quando stacchi il tappo della bottiglia. Il mio studio odora di lavoro, e non conosco odore più rassicurante.

Non comincio mai dipingendo. C’è un rituale, e questo rituale è sacro perché nessuno me l’ha insegnato. Si è costruito da sé, gesto dopo gesto, mattina dopo mattina. Prima il caffè. La moka italiana che metto sul piccolo fornello in un angolo, il suono dell’acqua che sale, quel gorgoglio che sembra una conversazione fra due vecchi amici. Verso il caffè in una ciotola, mai in una tazza, perché una ciotola si regge con entrambe le mani, e ho bisogno di quel calore nei palmi prima di toccare qualsiasi altra cosa.

Poi guardo. Mi siedo di fronte a quello che ho lasciato la notte precedente, e guardo come si potrebbe leggere una lettera scritta da qualcun altro. Quel tratto che ho steso ieri, quel flusso di nero che si è asciugato formando crepe che non avevo previsto, quella zona dove il bianco del supporto ancora resiste, intatto, quasi sfidante. Il dipinto al mattino non è mai uguale al dipinto di sera. La luce grigia dell’alba gli dà una nuova gravità, qualcosa di più onesto. I contrasti sono meno drammatici, più veri. È a questa ora che vedo veramente dove mi trovo.

Ci sono mattine in cui la tela mi spaventa. Non la paura che paralizza, ma quella che precede il salto. Questo formato verticale che preferisco, sessanta per novanta centimetri, mi sta di fronte come un corpo eretto, e so che il gesto successivo sarà irreversibile. L’acrilico non perdona, come esplorato in dipingere oltre la fotografia.. Nemmeno l’inchiostro. Non c’è pentimento quando lavori in bianco e nero, nessun colore che venga e ammorbidisca l’errore, nessuna velatura che offuschi quello che disturba. Ogni segno rimane, ed è precisamente per questo che ogni segno ha importanza.

Preparo i pennelli. Prima i larghi, quelli per le stesure piatte, per i gesti ampi, per le decisioni. I più fini aspetteranno. Prendo i tubetti di nero, sempre diversi neri, perché non sono mai veramente neri. Uno tende al blu, un altro al marrone, un terzo è così denso che inghiotte la luce come un vuoto. Il bianco, invece, è singolare. Il bianco non mente.

L’acqua nei barattoli è pulita, trasparente. È un lusso effimero. Fra un’ora sarà grigia, poi nera, e i barattoli assomiglieranno a piccoli paesaggi tempestosi. Ma per ora, tutto è cristallino. Gli strumenti sono in ordine. Il pavimento è macchiato ma spazzato. I telai in bianco sono impilati contro la parete di fondo, aspettano il loro turno con la pazienza delle cose che sanno di essere chiamate in causa.

La luce si sposta mentre preparo. All’inizio è impercettibile, un leggero riscaldamento del grigio, una tonalità che passa dal piombo alla perla. Lione offre questo a chi si alza presto, quella tavolozza intermedia, né notte né giorno, uno spazio sospeso. La finestra dello studio guarda a nord, il che significa che la luce non sarà mai spettacolare ma sempre costante, sempre affidabile. È esattamente quello che serve per lavorare con il contrasto. La luce settentrionale non mente.

Capita che mi attardi in questo silenzio del prima. Il quartiere si sveglia fuori, sento i primi suoni, una serranda di metallo che si alza, un motore, passi. Ma dentro lo studio, il silenzio ha una texture. È un silenzio pieno, abitato da ogni tela in corso, da ogni gesto sospeso, da ogni decisione ancora a venire. Penso spesso a quella frase attribuita a Agnes Martin, sul fatto che lo stato migliore per dipingere sia una mente vuota. Non so se la mia mente sia vuota alle sei del mattino. È più come lavata, sciacquata dal sonno, sgombra dal rumore.

Quando finalmente immergo il pennello, quando il nero tocca la superficie per la prima volta quel giorno, succede qualcosa che non può essere veramente spiegato. Un accordo, una giustezza, un senso fisico di necessità. Il gesto non è pensato, è preparato da tutto quello che è venuto prima: il rituale, l’attesa, il silenzio, il caffè bevuto lentamente. Il braccio sa. Il corpo sa. La mente, finalmente, tace.

È per quei primi pochi minuti che mi alzo così presto. Non per disciplina, non per virtù. Per fame. Quel momento in cui la trementina riempie l’aria, quando il nero è fresco, quando la luce è grigia e morbida, quando nessuno guarda, è il momento più libero della mia vita. Il dipinto non è ancora giudicato da nessuno, nemmeno da me. Esiste in un tempo prima delle parole, prima delle categorie, prima lo sguardo degli altri.

Tutto quello che dipingo più tardi nel corso della giornata porterà la traccia di quella prima ora. Come una nota fondamentale sulla quale si costruisce tutto il resto.