Ci sono opere che arrivano come manifesti silenziosi. David Hockney a 87 anni ha appena trasformato la Serpentine Gallery in un teatro dell’infinito, dispiegando un fregio di 90 metri che corre lungo le pareti come una meditazione sul tempo che passa e quello che resta. Questa mostra gratuita, accessibile fino a settembre, rivela come un maestro della pittura contemporanea continui a ripensare i limiti del proprio mezzo con la libertà di chi non ha più nulla da dimostrare.
Il fregio serpeggia nello spazio con un’evidenza sconcertante. Hockney ha dipinto questa opera monumentale nel suo atelier californiano, per sezioni di tre metri, ogni pannello essendo concepito per dialogare con i suoi vicini senza mai scimmiottarli. L’artista inglese, che ha rivoluzionato il nostro sguardo sul colore e lo spazio dagli anni ‘60, propone qui una sintesi di sei decenni di ricerca pittorica.
Il tempo dispiegato su 90 metri
Questo fregio non è una cronologia ma una conversazione tra le età della pittura. Hockney vi mescola le sue iconiche piscine californiane, i suoi paesaggi natali dello Yorkshire, i suoi ritratti intimi e le sue recenti sperimentazioni su iPad. Ogni sezione funziona come una finestra temporale che si apre sulle diverse epoche della sua creazione, creando un dialogo vertiginoso tra il giovane uomo che scopriva Los Angeles negli anni ‘60 e l’ottantenne che dipinge oggi con la saggezza dell’esperienza.
L’effetto prodotto supera la semplice retrospettiva. Dispiegando la propria opera su questa lunghezza inusuale, Hockney crea un nuovo rapporto con la durata pittorica. Lo spettatore non può più abbracciare l’insieme con uno sguardo, deve camminare, fermarsi, tornare. Il fregio impone il proprio tempo, obbligando a una lettura sequenziale che evoca tanto il fumetto quanto il rotolo cinese tradizionale.
Questo approccio al tempo pittorico non manca di ricordare l’arte dell’incompiuto, quella capacità di mantenere l’opera in uno stato di perpetuo divenire. In Hockney, l’incompiutezza prende una forma particolare: ogni sezione del fregio sembra poter estendersi all’infinito, come se l’artista avesse trovato il modo di dipingere il tempo stesso.
Il colore come linguaggio universale
Se Hockney affascina da più di mezzo secolo, è prima di tutto per il suo rapporto con il colore. In questo fregio della Serpentine, spinge questa padronanza al suo parossismo. I blu delle sue piscine californiane dialogano con i verdi acidi dei suoi paesaggi inglesi, creando armonie cromatiche di una sofisticatezza rara. L’artista usa il colore come un linguaggio universale, capace di trascendere le barriere temporali e geografiche.
Questo approccio al colore trova un’eco particolare nella mia propria pratica dell’inchiostro di china. Là dove Hockney esplora tutte le sfumature dello spettro cromatico, io mi concentro sul dialogo tra il nero e il bianco, quella tensione fondamentale che struttura lo spazio pittorico. I nostri percorsi si incontrano in questa volontà di fare del colore, o della sua assenza, un vettore di emozione pura.
L’ottantenne britannico dimostra anche che l’innovazione tecnica non ha età. Le sue recenti sperimentazioni su iPad, integrate in questo fregio, provano che un maestro può ancora ripensare il proprio mezzo. Questa capacità di adattamento costante fa di Hockney una figura unica nel paesaggio artistico contemporaneo.
Lo spazio ripensato, l’arte liberata
La Serpentine Gallery, con i suoi spazi curvi e la sua luce zenitale, offre uno scrigno perfetto a questo fregio monumentale. Hockney ha concepito la propria opera specificamente per questo luogo, giocando con l’architettura di Zaha Hadid per creare un percorso iniziatico. La mostra gratuita permette a tutti i pubblici di accedere a questa esperienza unica, democratizzando l’accesso a un’opera di una ambizione rara.
Questa democratizzazione dell’arte risuona con le sfide contemporanee dell’accessibilità culturale. Hockney, che ha sempre rifiutato l’elitismo del mondo dell’arte, propone qui un’opera monumentale accessibile a tutti. La gratuità della mostra non è aneddotica: si iscrive nella visione umanistica dell’artista, convinto che l’arte debba parlare a ciascuno.
L’installazione trasforma anche la nostra percezione dello spazio museale. Occupando le pareti su questa lunghezza eccezionale, il fregio ridefinisce il rapporto tra l’opera e il suo ambiente. Non si espone nello spazio, diventa lo spazio, creando un’immersione totale che evoca gli ambienti di James Turrell o le installazioni di Olafur Eliasson.
La lezione di un maestro
A 87 anni, David Hockney ci offre più di una mostra: ci consegna una lezione magistrale sulla longevità artistica. Questo fregio della Serpentine prova che un artista può continuare a innovare fino in fondo, purché conservi intatto il proprio sguardo di bambino sul mondo. L’ottantenne britannico dipinge ancora con la curiosità di chi scopre, mescolando l’esperienza di una vita alla freschezza dell’istante.
Questa capacità di reinventarsi costantemente fa eco alla mia propria ricerca sul gesto irreversibile. Là dove io lavoro nell’istantaneità dell’inchiostro che non perdona, Hockney esplora la temporalità lunga della creazione, quella pazienza che permette di affinare una visione su decenni. I nostri approcci differiscono ma convergono verso una stessa esigenza: fare di ogni tratto un impegno totale.
Il fregio della Serpentine si conclude su una sezione particolarmente luminosa, come se Hockney volesse terminare su una nota di speranza. Questa luce finale non è un caso: evoca quella capacità unica dell’artista di trasformare il quotidiano in epifania, di rivelare la bellezza nascosta del mondo ordinario. È forse il suo più grande insegnamento: mostrare che l’arte non consiste nel creare bellezza, ma nel rivelarla là dove si nasconde.