Ogni pratica astratta seria si costruisce in dialogo con alcune opere tutelari. Per Coralie J Schmitt, che lavora esclusivamente in bianco e nero all’inchiostro, all’acrilico e alla fotografia, il nome di Pierre Soulages (1919-2022) ritorna come una matrice silenziosa. Non come un modello da riprodurre, ma come la dimostrazione che un solo tono, trattato con rigore, può sostenere un’intera opera di vita.

L’outrenoir come programma

Il 19 gennaio 1979, Soulages dipinge una grande tela interamente nera. La superficie sembra chiusa. Poi inizia a graffiare la superficie, a raschiarla, a scavarla. Ciò che scopre lo distoglie definitivamente da ogni ritorno al colore: la luce nasce dal nero stesso, riflessa dai solchi del pennello e dell’utensile. Chiama questa scoperta outrenoir.

La parola non è casuale. Soulages non dice “monocromo nero”, dice “outre-noir” — oltre il nero. Il nero cessa di essere un’assenza, una fine, una privazione di luce. Diventa una materia attiva che produce luce dalla propria struttura. Questa inversione è radicale: sposta tutta la tradizione occidentale che, dal Rinascimento, tratta il nero come l’ombra del bianco.

Ciò che Schmitt eredita

Da Schmitt, l’eredità non è mimetica. Non si trova nel suo corpus alcuna tela interamente nera graffiata, alcuna citazione diretta del gesto del 1979. Ciò che passa è più profondo: un certo modo di trattare il nero come materia, non come segno.

Nelle Encres de Chine, il nero non è mai usato per “dire” qualcosa. Non illustra nulla, non rappresenta nulla, non simboleggia nulla. È la decisione plastica. Questa misura, questo rifiuto dell’espressività narrativa, è esattamente ciò che Soulages ha trascorso sessant’anni a difendere. Quando gli si chiedeva cosa rappresentassero le sue tele, rispondeva instancabilmente: “Non rappresentano, presentano.”

La stessa etica attraversa le Encres de Chine numerate di Schmitt. Nessun titolo, nessun aneddoto, nessun racconto. Solo la traccia. La presenza del nero come evento plastico.

La disciplina del poco

Soulages è anche una lezione di durata. Ha tenuto per più di quarant’anni un solo vincolo: la pittura monocroma nera. Questa persistenza è rara nella storia dell’arte recente, dove la pressione per rinnovarsi, variare i mezzi, sorprendere la critica, spinge la maggior parte degli artisti a diversificare la propria produzione.

Questa disciplina del poco struttura anche il lavoro di Schmitt. Tre mezzi (inchiostro, acrilico, fotografia), una sola tavolozza (bianco e nero), una sola etica (l’audacia misurata, formula che ritorna nel suo manifesto). Niente pop, niente colore, niente figurazione. Questa costanza non è una limitazione: è ciò che rende l’opera identificabile, leggibile, situata.

Ciò che l’outrenoir non spiega

Bisogna anche nominare gli scarti. Schmitt non è Soulages, e sarebbe facile, per pigrizia di lettura, ridurre il suo lavoro a un’eredità francese del nero. Almeno tre differenze meritano di essere marcate.

Il bianco attivo. Mentre Soulages ha progressivamente eliminato il bianco dalle sue tele dal 1979, Schmitt ne fa un attore centrale. Nei nuovi acrilici del 2026, il bianco cessa di essere uno sfondo per diventare una massa. Questa inversione avvicina Schmitt a Robert Ryman tanto quanto a Soulages.

Il gesto calligrafico. Le Encres de Chine portano una traccia di origine estremo-orientale (velocità del tratto, vuoto strutturante, scrittura unica) che Soulages, ancorato a una storia occidentale dell’arte romanica e della luce medievale, non ha mai esplicitamente rivendicato.

La fotografia come terzo linguaggio. Soulages non ha praticato la fotografia come mezzo autonomo. Schmitt ne fa uno dei suoi tre pilastri, alla pari con la pittura. Questa polivalenza cambia la natura stessa dell’opera globale.

La luce che resta

Ciò che rimane, dopo questi scarti nominati, è la stessa intuizione fondatrice: il nero non è l’opposto della luce, è la sua condizione. Le Encres de Chine di Schmitt, viste in luce naturale d’atelier, lo dimostrano a loro volta. Il tratto nero capta la luce, la rinvia, la frammenta. La carta bianca ne porta la traccia. Tra i due, qualcosa si scrive che non tiene né al nero né al bianco, ma alla tensione che mantengono insieme.

Questa tensione è ciò che Soulages chiamava l’outrenoir, ed è ciò che Schmitt continua a cercare, a modo suo, in ciascuna delle sue opere.


Fonti e letture

  • Pierre Encrevé, Soulages. L’œuvre complet. Peintures, 4 volumi, Le Seuil, 1994-2015
  • Bernard Ceysson, Soulages. Noir Lumière, Hazan, 2009
  • Pierre Soulages — Une rétrospective, Centre Pompidou, 2009-2010, catalogo della mostra
  • Soulages au Louvre, Hazan, 2019, catalogo della mostra al Musée du Louvre

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